lunedì 28 novembre 2016

#SìoNo

Anche "Chi più ne ha più ne metta" ha deciso di affrontare il tema della Riforma Costituzionale, che siamo chiamati a votare la prossima domenica, 4 dicembre 2016.
E lo fa con l'aiuto di due esperti, il costituzionalista Mauro Volpi (docente all'Università di Perugia) ed Oreste Massari (professore di Scienza politica all'Ateneo "La Sapienza" di Roma). Il primo a favore del "no", il secondo favorevole all'opzione del "sì".
I due hanno risposto ad una breve intervista esclusiva per questo Blog. Le domande poste sono le stesse per entrambi, così come lo spazio per le risposte.
Ecco le loro opinioni!

MAURO VOLPI: perché voto NO a questa riforma

1)   Qual è l'aspetto che meno apprezza della riforma? 
Il prof. Mauro Volpi
Nel metodo la riforma è stata parte integrante del programma politico del Governo ed è stata approvata dalla sua maggioranza. In questo modo la Costituzione viene trasformata da casa comune in atto politico di parte. Nel merito darebbe vita ad un Senato non più eletto dai cittadini, con consiglieri regionali e sindaci che cumulano le cariche e che produrrebbe sicuri conflitti con la Camera. Infine la riforma salva i privilegi (e gli sprechi) delle Regioni a statuto speciale.

2)   C'è un aspetto che apprezza della riforma? 
 Vorrei votare per l’abolizione del CNEL, ma non posso farlo perché la riforma modifica insieme 47 articoli della Costituzione, violando la libertà di voto dei cittadini, che possono solo dire No o Si a tutto. La riduzione dei costi della politica, esaltata con toni qualunquistici, è risibile. La mancata riduzione del numero dei deputati dà un peso abnorme alla maggioranza artificiale creata dall’Italicum nel Parlamento in seduta comune che elegge il Presidente della Repubblica e altri organi di garanzia.

3)   Qual è il suo giudizio complessivo del testo di riforma?  
È una “deforma” che stravolge la Costituzione anziché fare gli aggiornamenti necessari. Usa un linguaggio incomprensibile dalla maggioranza dei cittadini. Il suo senso complessivo è la centralità del Governo a scapito della rappresentanza e della partecipazione. La forma di governo parlamentare viene trasformata in “premierato assoluto” con un “capo” del Governo investito dal popolo che deciderà di tutto senza i necessari contrappesi. Infine la deforma ricentralizza il potere a scapito delle (sole) Regioni a Statuto ordinario e attribuisce al Governo il potere di decidere “grandi opere” senza tenere conto della opinione delle comunità coinvolte.

4)   Ritiene che la riforma sia, o meno, una priorità nell'attuale panorama politico - istituzionale italiano? Perché? 
La vera priorità: riforme strutturali per migliorare le condizioni di vita dei cittadini e dare lavoro ai giovani anziché pregiudicare i diritti al lavoro, alla salute, allo studio, all’ambiente. Non serve una “grande riforma” della Costituzione, come i fallimenti precedenti dimostrano, ma aggiornamenti per far funzionare meglio le istituzioni e tutelare i diritti. Ci vuole una grande riforma della politica che non deve più parlare alla pancia, ma alla mente e al cuore delle persone.


*****
ORESTE MASSARI: perché voto Sì a questa riforma

1) Qual è l'aspetto che più apprezza della riforma? 

Il prof. Oreste Massari 
La radicale correzione della riforma del 2001 del titolo V della Costituzione, relativa ai rapporti tra Stato e Regioni, con l’eliminazione della legislazione concorrente – che aveva dato luogo a un interminabile e numeroso contenzioso davanti alla corte Costituzionale – e l’inserimento della clausola di supremazia in capo allo Stato allo scopo di far prevalere l’interesse pubblico nazionale sugli interessi, pur legittimi, locali.  E’ una risistemazione più razionale dei rapporti Stato-Regioni, superando le degenerazioni del federalismo leghista. 



2) Qual è l'aspetto che meno apprezza della riforma? 
La composizione e le funzioni del Senato.  Fare i consiglieri o i sindaci e poi svolgere contemporaneamente le funzioni di senatore è un compito difficilmente svolgibile, se non a detrimento o dell’assemblea regionale o del Senato.  Il Senato, inoltre, non è fondato sulla rappresentanza delle Regioni, come avviene nel Bundesrat, ma sulla rappresentanza partitica. 
I senatori si devono poi occupare d’importanti leggi, come quelle costituzionali, quelle relative ai Trattati UE – quindi ben al di là della funzione di raccordo tra Stato e autonomie locali – ma in questo no rappresentano più la nazione!

3) Qual è il suo giudizio complessivo del testo di riforma? 
La riforma contiene molte luci e molte ombre, ci sono molte contraddizioni, molti pressappochismi, ma complessivamente mi pare che i pro superino i contro. Tra gli elementi positivi occorre citare la previsione del giudizio preventivo delle leggi elettorali, l’introduzione dei referendum propositivi e d’indirizzo, la possibilità di avere un quorum più basso per i referendum abrogativi, il vincolo dato alle Camere di esaminare le leggi d’iniziativa popolare, ecc. Sono queste ultime tutte innovazioni che potenziano la partecipazione popolare, legandola più strettamente alla possibilità che quest’ultima pesi nella sfera decisionale. 

4) Ritiene che la riforma sia, o meno, una priorità nell'attuale panorama politico -
istituzionale italiano? Perché? 
Certamente è una priorità, in quanto permette una maggiore semplificazione e razionalizzazione nel circuito rappresentanza-governo, dando a quest’ultimo gli strumenti – come la corsia preferenziale, ma limitando l’abuso dei decreti legge – per svolgere al meglio le sue funzioni di esecutivo. L’approvazione della riforma è, inoltre, un passaggio importantissimo per l’immagine che l’Italia offre di sé al mondo intero, dimostrando di essere in grado di affrontare le varie sfide, sia sul piano delle riforme istituzionali, sia conseguentemente di quelle economico-sociali. La vittoria del No sarebbe interpretata dall’opinione pubblica mondiale come il terzo atto della rivolta antiestablishment, dopo la Brexit e dopo la vittoria di Trump. 




lunedì 27 giugno 2016

Brexit: a scottish point of view

Nate Kitch's illustration (The Guardian)
























Kirstie, what's your opinion on what is happening in the Uk?

It's very tricky. Some wanted out and some voted in spite without thinking of the consequences. It's a bit of a shock that it's gone through for everyone. I hope it gets rejected in parliament, Nicola Sturgeon and her MPs are potentially going to reject the leave of the EU on behalf of Scotland which would veto it. She is frantically trying to keep Scotland in as the majority here want in.

What do you think about the geographic distribution of the vote?

The main point is that most of the big cities voted to stay as they no the benefits of membership due to being diverse where as rural people voted out. Older people tended to vote out more than the young as they want to go back to the 'good old days' and lots of young people didn't vote at all. But the old days are gone and that has nothing to do with EU. It's sad that the poor areas that benefit from extra funding are the ones that voted out! I believe most people who voted out don't know much about the issues and the leave campaign was targeted at people who think our problem are due to lots of foreign people clogging up our systems which isn't true. It was a shock to a lot of people who voted no as they didn't think it was going to actually happen. But nobody knows what's going to happen, everything is all over the place and people are petitioning government to have another vote.

EuRef has represented a severe political conflict...

Aparently Boris Johnson, who lead the leave side, decided to go for leave campaign so that he would be against Cameron and show himself to be a good candidate but never actually wanted to win. It looks like it was a vanity contest. A friend of Boris said he wrote 2 articles, one for leave and one to stay. His friend read them and said stay was more passionate but he said he had to go for leave as he wanted to go against Cameron to show himself in the lime light. Nobody wants Boris to be prime minister, in fact I think anyone who goes against him would get it. Everyone is blaming Corbyn as the reason so many people voted to leave as he couldn't unite them. Everyone on the leave side looks miserable and stressed I don't think they know what they are doing or actually wanted to win. Cameron looks stressed, looks like it's tough times!

What do you think Scotland should do?

I didn't want independence as I liked being part of the UK, but this has swung me more to the side of independence as I'd rather be part of the EU but I'd want to take London and Northern Ireland to as they want to be in the EU. I trust Nicola to act for Scotland though. I hope it all gets fixed but I don't know, it all looks bleak at the moment. The only positive think is the Scottish government fighting for it, if that wasn't going on it would be incredibly depressing here!

Tell me something about the perception on "migration" issue.

First of all, I just hope everyone outside of the UK doesn't think we all hate Europeans! I have lot of friends here from all over Europe who have lived here for years and are scared about the future. I think people are getting greedy and wanting to fend for themselves. The whole point of the EU is to help each other, scary how people are getting so anti immigration. My colleague is Muslim and gets shouted at every so often to get out the country. I still have hope that it'll be fixed somehow...

This morning Boris Johnson said UK will continue to "intensify" cooperation with EU following referendum result, what do you think about it?

He is right, now is the time to build bridges, our country needs it. I am interested to see how the leave result will work in practice and how they plan to unite people again. The fractions are deep and it won't be easy, Especially as it will effect all our lives especially our non British citizen colleuges, neighbours and friends living here who contribute so much. I hope what we end up with is not too different to what we have at the moment but I suppose all we can do at the moment is wait and see what the next move is in what feels at times like a political chess game.


Kirstie McDonald, 26, accountant, lives in Edinburgh. She works in small business and charity sector.





mercoledì 22 giugno 2016

"Ma tu per chi voti?": elettori in crisi a Roma ai tempi di Renzi e Grillo

Virginia Raggi, neo sindaco M5S a Roma


“Tu voti a Roma? Non ti invidio per niente”. 
Per mesi questo ritornello ha accompagnato molte delle conversazioni che ho avuto con amici, parenti, colleghi, conoscenti. Perché è indubbio che, per una parte di elettorato romano, queste elezioni appena vinte al ballottaggio da Virginia Raggi non sono state facili. C’era anche chi, con sincera preoccupazione, non faceva altro che chiedere: “Ma tu per chi voti?”. Perché il problema era tutto qui. Mai come questa volta ho percepito nelle persone che avevo intorno un senso di frustrazione all’idea di dover andare al seggio elettorale ed esprimere la propria preferenza. 
Non sono mai stata di destra e non sono un’elettrice del Pd, mi considero di sinistra anche se ho sempre faticato a trovare forze politiche e coalizioni che rappresentassero appieno quello che erano le mie idee. L’esempio migliore che mi viene in mente per descrivere questa situazione è quello che è successo nel mio municipio, il XII, un quartiere dove per vent’anni ha regnato incontrastato il centrosinistra e che ora è passato ai Cinque StelleIl XII è molto più vasto e contraddittorio di Monteverde, il suo cuore più radical chic, dove è di casa Bobo Giachetti, ma pure Nanni Moretti, tanto per dirne uno: è un quartiere periferico ma non troppo ai margini dell’impero, diciamo anche stimolante sotto certi aspetti per quanto riguarda la varietà di persone che lo hanno sempre abitato, dai villini a ridosso di villa Pamphili alle palazzine nate una sull’altra tra gli altri anni Quaranta e Cinquanta attorno al Forte Bravetta, quando davvero “qui una volta era tutta campagna”, fino ai suoi confini più estremi quasi vicino al Raccordo, strozzato da notevoli problemi di sicurezza, traffico e degrado cresciuti negli ultimi anni. Stavolta si respirava un’aria diversa e, parlando con la gente, c’era l’idea che il Pd nel quartiere fosse in affanno, soprattutto lontano da Monteverde, e che probabilmente avrebbe dovuto lottare parecchio. Io come altri credevo che la battaglia si sarebbe consumata con il centrodestra, finendo al ballottaggio. Ma domenica scorsa si sono affrontate invece l’ex minisindaco uscente del Pd e la candidata del M5S. Probabilmente, chiamati a votare tra “destra” e “sinistra”, come bene o male si era quasi sempre fatto seppur masticando amaro, anche stavolta si sarebbe votato “turandosi il naso” per il Pd. Anche se Renzi non piace, anche se Marino e tutta la tragicommedia di quei mesi tormentosi ha lasciato scottati, anche se gli scandali, le mazzette e le inchieste ha fatto schifo a tutti. E invece si è votati a maggioranza per i Cinque Stelle.

Via Fabiola, sede del municipio XII, dista dal Campidoglio poco più di quattro km in linea d’aria. Rispetto chi ha votato per i Cinque Stelle e li capisco, sia per i singoli municipi sia per il sindaco. Come si fa a non voler votare chi promette intransigenza, pugno duro contro la corruzione e zero favoritismi? Come si fa a non ammettere nemmeno con se stessi che la politica dovrebbe essere proprio così, in fondo, senza compromessi? 

Ma al tempo stesso come si fa però a votare un’emanazione del Sacro Blog? Come si fa a votare per chi, al netto dell’onestà, rischia sempre di apparire come dilettanti allo sbaraglio in gioco che via via diventa sempre più grande e rischioso? 
Le domande che da anni accompagnano il fenomeno dei Cinque Stelle, i discorsi che si facevano davanti al tg dove scorrevano le immagini di Parma, Livorno e altri comuni governati dai grillini, all’improvviso erano quelle che sentivi davanti all’ingresso del seggio nella tua scuola elementare, quella dove sono andati i tuoi genitori, i tuoi amici, dove vanno i tuoi figli. 
Al posto di amministratori locali di “professione”, gente che conosce ogni segreto di quel territorio, come si fa a metterci ragazzi di trent’anni appena, senza alcuna esperienza? Per non parlare poi della retorica del “!!1!1!” e del trionfo del qualunquismo che il più delle volte sembra accompagnare le uscite grilline su temi importanti e fondamentali della vita dei cittadini, dal debito alle grandi opere pubbliche. Certo, gli altri non sono meglio, si dice. Giachetti è la classica brava persona, ma, come ha raccontato lui stesso sconfortato: “Mi ascoltavano. Poi dicevano: senti, nun è ‘na cosa personale. È che tu rappresenti il Pd. Ce dispiace, ma nun te votamo”. Da un lato un partito nuovo e relativamente vergine, un partito che di certo non può essere responsabile di tanti dei guai che affliggono Roma, alcuni addirittura endemici, dall’altro un partito che non può nascondersi dietro un dito e non può certo dire: “Io non c’ero e se c’ero dormivo”. I Cinque Stelle hanno convinto la maggioranza e ora tocca a loro. Alla fine ha vinto anche la novità, aiutata forse anche da un certo cinismo romanesco, quello che davanti a qualsiasi lanzichenecco che viene porta il romano a fare un’alzata di spalle e tornare beffardo ai propri affari, perché tanto Roma è così e nun ce poi fa gnente (sull’atteggiamento dei romani, i peggiori cittadini d’Italia, bisognerebbe però qui aprire un capitolo a parte, senza tirare in ballo la storia che Roma è comunque la città più bella del mondo e che se non ti piace e vuoi criticarla puoi benissimo tornartene da dove sei venuto, tanto “c’avete solo la nebbia”). 
“Ne abbiamo avuti tanti, proviamo pure questi”, è stata la frase che ho sentito ripetere più spesso dopo il voto. Vero. “Peggio di altri è difficile che possano fare”. Verissimo. Speriamo. Perché sì, io non solo voto a Roma ma a Roma ci vivo e vorrei finalmente vederla diventare una città come tutte le altre e non il regno dell’assurdo, dove tutto ciò che non è augurabile di solito accade. E non vorrei vederla passare dalla padella alla brace, dal notaio delle dimissioni di Marino alla Casaleggio Associati, dal centralismo renziano al verbo grillino.


Giornalista, vive e lavora a Roma. Scrive di politica, media e cultura per Today.it.

mercoledì 15 giugno 2016

Brexit and the City


Uno degli aspetti più interessanti (e più complessi) del dibattito inglese sull'appartenenza all'Unione è la posizione della City - importantissimo comparto finanziario della capitale inglese - con riferimento al voto del 23 giugno.
Fino a qualche mese fa, la vulgata più diffusa voleva che broker e banchieri all'ombra di St. Paul fossero compatti a favore della separazione da Bruxelles: troppe regolamentazioni da parte dell'Unione, la finanza inglese ha bisogno di mano libera. E invece, nelle ultime settimane, si sta profilando qualcosa di molto differente. Anzitutto la City non è affatto compatta.
"Quasi il 49% dei professionisti della City sono certi di votare no alla Brexit, mentre un altro 24% è probabile che lo faccia", stando ai dati del Center for The Study of Financial Innovation riportati da Politico. Quasi 3 banchieri e operatori di borsa su 4 intendono rimanere con Bruxelles.
E non basta, si è anche prodotta una profonda spaccatura intergenerazionale: la nuova classe di operatori della finanza si schiera a favore della permanenza nell'Unione, mentre i senior preferirebbero uscirne. "Nella City più giovani sono molto più eurofili degli anziani: l'80% di coloro tra i 18 e i 30 anni voteranno a favore della appartenenza all'Unione".
Daniel Hodson - leggiamo sul WSJ - si è fatto un nome nella City di Londra negli anni '90. Oggi vorrebbe portarla fuori dall'Europa. "La nostre reali possibilità sono fuori dal Vecchio Continente: sono a New York, a Singapore, ad Hong Kong", dice l'ex banchiere, mentre sorseggia un bicchiere di vino rosso in una sala gotica tappezzata di arazzi raffiguranti cavalieri giostranti e oli su tela che descrivono l'incoronazione di Elisabetta II. A solo mezzo chilometro di distanza, Xavier Rolet, francese del London Stock Exchange PLC, è in pensiero per il futuro del distretto finanziario inglese. L'uscita dall'Unione "sarebbe un brutto colpo per la City", dice, nel suo ufficio moderno, affacciato sulla Cattedrale di St. Paul. Invece, i "grandees" come Mr Hodson - che hanno fatto carriera prima della crisi finanziaria - la vedono pressappoco così: l'Ue soffoca il distretto finanziario con il cosiddetto "red tape", che sta per eccessiva regolamentazione, divenendo al contempo un partner commerciale sempre meno vantaggioso. 
A prescindere dalle generazioni, la spaccatura è netta. Dal Financial Time leggo: "Una significativa mole del commercio finanziario attualmente gestite da Londra scompariranno se il Regno Unito lascia l'Unione", dice Alex Wilmot Sitwell, capo del settore europeo della Banca americana Merril Lynch. "non avverrà da un giorno all'altro, ma progressivamente verrà redistribuito in tutta l'Unione". I sostenitori della Brexit invece controbattono che la City continuerà a crescere se liberata dalle catene della burocrazia brussellese. "Fuori dall'Europa, non soffriremo di regolamentazione" dice Howard Shore, chairman dello Shore Capital Group, broker specializzato nelle piccole aziende. "Saremo in grado di liberalizzare la nostra economia, predisponendo regole e contesti adeguati a noi". Il Regno Unito, insomma, dovrebbe restaurare un light-touch regulation model per meglio adattarsi alle economie emergenti dell'Asia e del Medio Oriente. 
Le considerazioni che circolano in questi ambienti, poi, richiamano nel dibattito anche altri elementi.
Ad esempio il fatto che la City abbia, di fatto, beneficiato anche di qualcosa di cui non è parte: la creazione dell'Euro. L'unione monetaria, infatti, ha creato un mercato finanziario a valuta unica la cui capitale è Londra, anche se l'Inghilterra ha scelto di non far parte dell'area-Euro. In altri termini, la City ha prosperato fuori dall'Eurozona ma largamente grazie all'Eurozona.  
Inoltre, il Regno Unito potrebbe uscirsene proprio quando l'Ue sta imbastendo una riforma che potrebbe dare maggiori opportunità agli operatori della City: il cosiddetto "Capital Market Union" (qui), il mercato unico dei capitali, disegnato al fine di eliminare le rimanenti barriere nazionali alla libera circolazione dei capitali. 
Insomma, è proprio il caso di dire... we will see. 










giovedì 9 giugno 2016

To Brexit or not to brexit?



To Brexit or not to brexit? That is the question. 
Intanto, godiamoci questa breve animazione del Guardian per fare il punto sulle principali ragioni del leave e del remain.
I prossimi giorni, su Chi più ne ha più ne metta, approfondiremo il tema, con video, interviste e quant'altro.
Enjoy!